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Tre domande a Marinella Sciuccati, atleta di Duathlon e Woman in Power dell’anno 2012

Il Duathlon è una disciplina sportiva in cui inizi a correre per chilometri per poi saltare in sella a una bicicletta e, infine, chiudere nuovamente con una frazione podistica. Corsa – bicicletta – corsa, una sequenza da far impallidire buona parte delle persone.

Eppure, a sentire Marinella Sciuccati, campionessa europea nella disciplina, partecipare a una gara di Duathlon (e magari vincerla pure) è una cosa semplice. “Lo sport è come il lavoro – spiega Marinella – se ti piace molto non ti pesa allenarti spesso o gareggiare, a qualsiasi età”. In occasione della sua ennesima vittoria – campionessa italiana di categoria a Pesaro – le abbiamo fatto tre domande:

1. Sei sempre stata una sportiva o hai iniziato ad allenarti di recente?

Fin da piccola ho sempre praticato qualche sport, nello specifico ho iniziato dall’atletica dopo aver visto disputare la Cinque Mulini: vedere gli atleti correre e sudare ho capito che volevo provare anche io e così mi sono avvicinata al mondo del podismo. A 21 anni ho smesso e sono entrata nella squadra di softball, mentre alla bicicletta mi sono avvicinata solo in tempi relativamente recenti, attorno ai 50 anni. Mi ha convinta mio marito e la prima volta che siamo andati insieme a correre in bicicletta me la ricordo ancora: lui in mountain bike e io su una specie di Graziella, solo che in salita andavo quasi più forte di lui. Allora mi ha detto: “Sai che secondo me sei portata per il ciclismo?” e così ho iniziato. Il Duathlon è stato una vera scoperta per me. Andare in bicicletta mi piace molto, la corsa è molto più faticosa mentre sulle due ruote mi sembra quasi di volare.

2. Hai avuto molti ostacoli sul percorso?

Un po’, ma niente di particolare: come ho sempre sentito dire da mia mamma, “sono le cose che capitano ai vivi”. Ho avuto la Covid19, che non mi ha permesso di allenarmi, un infortunio al ginocchio e delle difficoltà lavorative, ma in qualche modo me la sono sempre cavata, anche grazie alla mia fede e alla preghiera. Soprattutto dal punto di vista lavorativo, cerco di far passare ai miei figli il messaggio che l’impegno è fondamentale e che ogni genere di impiego è dignitoso: quando si lavora, lo si deve fare sempre a testa alta. Però questi sono messaggi che non possono essere trasmessi a parola, serve il buon esempio nella pratica.

3. Hai mai avuto l’impressione di dover dimostrare nello sport molto più di quanto dovessero farlo gli uomini?

Sì, anche se non in tutti gli sport. Nella corsa e nel softball non c’è tutta questa differenza, ma nel mondo del ciclismo un po’ sì. Paradossalmente, ho dovuto faticare molto di più per farmi accettare nel mondo del ciclismo amatoriale che non in quello professionistico: tanti atleti tendono a sottovalutarti, a escluderti e a tentare di lasciarti indietro. Quando però poi si girano e vedono che riesci a stare dietro, allora ti accettano e magari ti permettono di dare il cambio. Uomini e donne sono fisiologicamente diversi, è vero, ma questo non giustifica la disparità di trattamento sulla carta stampata. Devo dire che però sono in molti gli uomini ad avermi molto sostenuta, e non parlo solo del mio allenatore e di mio marito: quando gareggio con la maglia della nazionale, ad esempio, nei sorpassi e nelle salite sono gli uomini a incitarmi più di tutti!