Laura Defendi

Laura Defendi

Giornalista

 

 

Una donna, all’ospedale San Camillo di Roma, ha dovuto aspettare oltre due settimane per un raschiamento a seguito di un aborto spontaneo, perché la struttura esegue la procedura solo il lunedì e il giovedì, giorni che coincidevano con Pasquetta e il 25 aprile.

E’ da tempo che volevo parlare di questo argomento, ma spesso restava ancorato al vissuto personale, ai “magari mi sono sbagliata”, poi ho iniziato a trovare diversi riscontri nei racconti delle amiche e nelle notizie che iniziano a circolare.

Facciamo una premessa, che vi prego di non scordare, questo post OVVIAMENTE non si riferisce a tutti gli operatori dei reparti di ginecologia, molti dei quali si prodigano per rendere possibile l’impossibile con pochissimi mezzi a disposizione. Loro sono in prima linea, al fianco delle famiglie e, siamo certi, potrebbero lavorare con maggiore serenità se il “Sistema”, nella sua interezza, si ponesse dei ragionevoli dubbi propedeutici ad altrettanto ragionevoli risposte.

Partiamo dall’articolo pubblicato da The Vision : Una donna, all’ospedale San Camillo di Roma, ha dovuto aspettare oltre due settimane per un raschiamento a seguito di un aborto spontaneo, perché la struttura esegue la procedura solo il lunedì e il giovedì, giorni che coincidevano con Pasquetta e il 25 aprile“. Ristoratori, camerieri, guide turistiche, taxisti, giornalisti e un’infinità di persone lavorano nei giorni di festa. Come è umanamente possibile chiedere a una famiglia di attendere tanto per superare l’urgenza e poter iniziare a elaborare il proprio dolore, solo perché il calendario ferie è inviolabile?

E anche le parole sono importanti. “Raschiamento” evoca un intervento meccanico e cruento, nulla a che vedere con la delicatezza del lutto che si sta affrontando. Ma d’altro canto, le mamme prossime ai 40 anni, hanno già fatto il callo alla delicatezza lessicale ginecologica quando sono state classificate come “primipare attempate”. Sarei curiosa di sapere se anche nei reparti di urologia esistano etichette tipo “prostatico vetusto”. Ma noi donne, ce la prendiamo per poco, si sa.

“La Genesi racconta che Eva, dopo aver mangiato la mela della conoscenza nel giardino dell’Eden, viene punita da Dio con l’anatema: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli”. Questo passo (che, come riporta Erri de Luca, contiene un errore di traduzione, dal momento che il termine ebraico “ètzev” si traduce con “sforzo” e non “dolore”) ha condannato le donne di ogni tempo a patire il dolore, ma soprattutto a non potersene lamentare, a darlo per scontato o, addirittura, a viverlo come una punizione”.

Non è facile definire la “violenza ostetrica”, ma secondo l’Organizzazione Mondiale delle Sanità si può descrivere “come la forma più invisibile e naturalizzata della violenza contro le donne che, in questo caso, si verifica all’interno dei sistemi sanitari“. Il Post, in un articolo del 2017, riporta i risultati di una ricerca condotta nel 2003 dalla quale emerge che 1 milione di donne in Italia (il 21% del totale), ha affermato di aver subito una qualche forma fisica o psicologica di violenza alla loro prima esperienza di maternità. Un altro 23 per cento ha risposto di non esserne sicura. Dati vecchi che evidenziano che molto c’è da fare in termini di verifica, analisi e azione su quella che oggi è definita #Healthgap.

Sottigliezze? Forse. Pensate di essere alla guida della vostra auto e di ricevere una telefonata in cui una spiccia segretaria annuncia che vostra madre/padre/marito (a voi la scelta), sta per morire. Così, senza preamboli: “Dovrebbe passare a ritirare la documentazione perché … sta morendo”. A me è capitato.

Ero in viaggio per raggiungere l’università, in treno per fortuna (altrimenti oggi non sarei qui a scrivere). Ricevo una telefonata. “Dovrebbe passare urgentemente presso lo studio. Dalle analisi risulta che suo figlio è incompatibile alla vita”. Incompatibile alla vita. Ricorderò per sempre queste parole. Non so ancora come ho fatto a raggiungere lo studio. So solo che a Repubblica (la mia fermata), sono riuscita a comporre il numero di mio marito. Mi ero preparata, volevo essere calma. Appena ho sentito la sua voce ho iniziato a gridare “il bambino” in un pianto disperato. Sono arrivata per prima allo studio che aveva eseguito al translucenza nucale che, lo ricordiamo, è un test che fornisce indicazioni statistiche. Mentre attendevo mio marito, il sempre delicato segretario (forse il contabile), mi infilava sotto il naso immagini che non vedevo, sciorinava percentuali che non capivo. Ho capito benissimo però la cifra: 1.200,00 euro per fare “con estrema urgenza, se vuole anche adesso” un’amniocentesi. Nel peggiore dei gironi infernali, si è accesa una lampadina. All’arrivo del miracolato marito (ho realizzato solo vedendo la sua faccia a quanti infarti e semafori rossi fosse potuto sopravvivere nel tragitto) le frasi si sono magicamente trasformate in ipotetiche. “Il bambino potrebbe… sarebbe opportuno… consigliamo…”. All’improvviso le mie lacrime hanno smesso di scendere copiose. Che mi stessero fregando? Non vado oltre a questa triste storia personale, ma voglio che sappiate due cose:

  1. Se la transulcenza ha qualche valore non congruo avete diritto alla villocentesi o all’amnio, con urgenza, pagando il solo ticket sanitario.
  2.  Mio figlio, è straordinariamente compatibile alla vita. E’ nato sottopeso perché lo shock provocatomi ha sballato la tiroide ed è stato complicato nutrirmi nei mesi successivi, ma è nato sano…e bellissimo.

Qualcuno mi ha chiesto perché non ho denunciato. Semplice: era la loro parola contro la mia, perché quando è arrivato mio marito il loro atteggiamento era diverso. Ero sola in quel momento, così come siamo sole in molti ambulatori o durante le visite. Da allora ho imparato a registrare tutto e a non andare sola alle visite.

Un’esperienza non fa tendenza? Certo! Ma se nel 2014 l’OMS ha emanato un documento intitolato “La Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”, significa che questa esperienza è diffusa in tutto il mondo. In Italia esiste l‘Osservatorio sulla violenza ostetrica . Tra le tante iniziative segnalo quella più social, divenuta virale nel giro di pochissimo tempo, a dimostrazione che questo fenomeno è molto più diffuso di quanto ci si possa attendere. Non siamo più sole,  l’importante è avere il coraggio di parlare, #Bastatacere.